Citazione: Leo
è una domanda un po' del culo, nel senso che nella digitalizzazione del suono entrano in gioco troppissimi fattori, pensa solo alla quantizzazione (quella degrada il segnale ed è pure irreversibile).
Ma la scienza lavora sempre isolando i fattori. Con il tuo atteggiamento l'umanità si sarebbe fermata al piano inclinato, "minchia c'è il peso e c'è l'attrito, è un problema ingestibile". :)
Citazione: Leo
in generale l'unica regola (idiota ma sempre valida) è che preso un segnale analogico tempo continuo la massima fedeltà la ottieni solo spingendoti il più possibile verso l'infinito e oltre: quindi più Hz, più bit ci ficchi e meglio è.
Ma a noi interessa la percezione umana, per questo entra in gioco la psicoacustica, come giustamente ricorda Jove. Se determiniamo che un segnale oltre una certa frequenza non influenza la percezione, sappiamo che non avremo mai bisogno di campionare a più del doppio di quella frequenza. Tradizionalmente ci si è basati sulla massima frequenza udibile singolarmente, ma la domanda che ci poniamo è se una frequenza non udibile possa influenzare la percezione di altre frequenze udibili.
Citazione: Leo
44.1 kHz per la gran parte delle recchie è + che suff., ma anche non lo fosse, come si realizza un confronto in tempo reale tra un suono "naturale" ed il corrispondente risultato da un processo di digitalizzazione?
Non è necessario. Ci basta campionare a 44.1 kHz e a 48, mantenendo tutti gli altri parametri inalterati, e poi fare dei test a doppio cieco con i due campionamenti, e vedere se si nota una differenza. Test che sicuramente sono stati fatti, ma che possono dare risultati diversi a seconda sia del tipo di suono registrato che dell'ascoltatore. Dopo bisognerebbe capire fino a che frequenza si sente una differenza, come cambia il limite rispetto agli altri parametri, e cosa fa sì che una frequenza di per sé inaudibile influenzi comunque la percezione di altri suoni.
Su quest'ultima domanda si possono già fare delle ipotesi.